IL RACCONTO. Il vento di levante

IL RACCONTO. Il vento di levante
gangemi Mastr’Andria era in confidenza con il cielo, se ne riconosceva gli umori. Annusava l’aria e si tratteneva a scrutarlo con gli occhietti straniti da fanciullo che il cumulo degli anni mai rese adulto, la mano a lisciarsi il mento e la barbetta sale e pepe, rada e scomposta, che gli immiseriva il volto scarno e patito, da lì sui capelli con la riga nel mezzo, unti d’olio, lisci e sottili come una frusta di cipolla.

Che dallo Ionio stesse entrando il levante lo appurava già prima che si volgesse a Ovest la bandiera sulla torre dell’orologio, che poi era una lamina metallica ruotante su un perno. A lui lo anticipava il marciume umido che vagava intorno. E ne aveva conferma dalle dissolvenze della nebbia che s’adagiava lenta sulla fitta brughiera del colle e dalle nuvole che avanzavano verso il Tirreno dopo essersi affacciate dalla cresta di valico dell’Aspromonte.

Sapeva distinguere se il vento si sarebbe limitato a sbuffare benevolo, se avrebbe urlato rabbia e infierito tempestoso, se si sarebbe accanito alleandosi con la pioggia di cui erano gravide le nubi. E lo partecipava ai cacciatori e ai contadini, perché si tenessero all’erta.

Ai cacciatori occorreva che soffiasse abbastanza da costringere i tordi a bassa quota, alla portata dei fucili. Pàmpina li sparava al volo, un colpo solo, mai caricava il secondo, perché quell’unica carne che addentavano in famiglia non costasse più di quanto valesse. Buttazzo, da posato, in quella ch’era una vera e propria imboscata, avendoli comodi bersagli mentre si riposavano sui rami nudi dei castagni. Spatò, di frodo, schiacciando loro la testa appena sbattevano contro la rete con cui ostruiva lo stretto passaggio rasato degli alberi, dove il vento incanalava il volo radente.

I proprietari si prodigavano in scongiuri a che non s’abbattesse carognoso, e non diventasse levantina. Una dannazione, la levantina – assieme levante e acqua da diluvio – con le folate che s’inseguono rapide, s’abbattono violente, infieriscono e passano oltre mentre un’altra s’annuncia da lontano. Sradica gli ulivi, s’accanisce sul fogliame con stridii da forgia, scianca i rami con sventagliate come di mitraglia, mentre la pioggia sciama di qua e di là e, appena il terreno sazio la rifiuta, annega e trascina via le olive.

Se la levantina s’accostava di notte – e la notte predilige, rendendola più scura e più ostile – i contadini spiavano il cielo speranzosi che durasse poco e tirasse oltre. Attendevano che la volta si tingesse del violaceo che anticipa l’alba per andare, con pala e vanga, a salvare qualcosa. Antoni, padre d’una caterva di figli, da aver potuto accontentare, con i nomi, i genitori, i suoceri e molti dei fratelli, assunse impegno solenne che quello in arrivo, generato dalla moglie al limite estremo della fertilità, si sarebbe chiamato come il Santo ricorrente il giorno della nascita. Mai provò scrupoli per aver disatteso il voto dopo che la sorte decise il 25 aprile, San Marco. Non la meritava quell’attenzione San Marco, era il protettore dei venti, se li pigliava a cuore, quindi parteggiava per le levantine.

Nelle sere d’inverno in cui imperversava la levantina, si rimaneva dentro casa, attorno al braciere con il carbone ardente sottomesso alla cenere per allungarne la durata, i piedi scalzi sui bordi e una coperta sulle gambe che indirizzasse il calore – colpa della coperta se alle donne le cosce si piagavano di chiazze bianche e rosse simili alla carne macinata per le salsicce. Ore di sofferenza per gli adulti. Occasioni speciali per noi ragazzi: con il fracasso delle intemperie c’era più gusto ad ascoltare i racconti di terrore, sui lupi mannari che sceglievano notti così per uscire all’aria, sugli spiriti, dannati a vagare in eterno, che approfittavano del malumore del cielo per transitare senza che l’uomo udisse il metallo delle catene, sulle suore che si coricavano al piano di sopra e al mattino si svegliavano di sotto.

Le levantine, se di giorno, portavano il pienone nelle cantine, il vino scivola meglio in gola quando il mondo intorno è inzuppato d’acqua. Peppino, stabile nella bettola di Rosario più che i lampioni nella piazza, parteggiava per esse, ben altra soddisfazione imbalsamarsi in compagnia.

A me ragazzo piaceva esserne svegliato nei mattini oziosi. Mentre infuriava la tempesta, con le sbruffate che impattavano sui muri fischiando i lamenti della sconfitta e inducevano ai tetti delle case gemiti da anime in pena, era una goduria crogiolarsi nel letto, sul materasso in estate riempito con coppe secche di granturco, alto da non riuscire a scalarlo e che scricchiolava a ogni movimento, e in inverno con i batuffoli della lana di pecora, che davano più calore, assieme al mattone infuocato sulla brace, avvolto in una pezza e tenuto ai piedi.

Mastr’Andria da decenni segue dalla foto sulla tomba al cimitero i nostri passi sui viali. Ora, nei miei anni cadenti, m’accorgo che il sorriso gli si è immiserito in una piega amara. Certo sa che il levante s’avvia a diventare padrone, incattivendosi con maggiore ferocia su quanto gli sbarra il volo, vincendo sui muri che prima lo respingevano, di più sulle baracche deserte del Borgo, sicuro che le abbatterà prima o poi. Vince persino sull’austero palazzo nobiliare che induceva i cafoni a levarsi la coppola e a un inchino, anche a sapere che non c’era chi ne vedesse i gesti. Mastr’Andria sa, perché da lassù scorge l’abbandono e l’incuria, e al breve orizzonte il destino ineludibile di paese fantasma, è già successo a tanti.

*Già pubblicato sulla Stampa di Torino. Viene qui riprodotto con l'accordo dell'autore che zoomsud ringrazia-
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