CORONAVIRUS. Quel che ci resterà quando torneremo ad abbracciarci

CORONAVIRUS. Quel che ci resterà quando torneremo ad abbracciarci

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Quando tutto questo sarà finito, torneremo ad abbracciarci. E a riscoprire il valore della normalità. Lo stesso che fino ad ora abbiamo dato per scontato. E non avremo più paura delle distanze, quelle che oggi ci evocano il contagio.  Forse torneremo più vicini, finanche a noi stessi.

E del buio di questi giorni non ci resterà che un’ombra. Quella della solitudine, della paura, delle distanze di oggi. Di cui ci resterà solo la percezione. Quanto basta per riprendere la strada con lo sguardo rivolto un po' più in là, verso dimensioni altre e diverse, che sanno di essenziale.

Di questi giorni, son certa, ci resterà altro. Che non è il buio della paura o il peso della solitudine. Ci resterà il volto coperto dei tanti medici, infermieri, operatori sanitari che si sono fatti servizio. Che hanno indossato la prima maschera dell’occorrenza e sono andati incontro ai malati. In una corsa per restituirli alla vita.

Di questi giorni ci resterà la leggerezza di camici indossati con forza, con tenacia, con passione. Ci resterà l’immagine di mani ristrette in guanti di plastica che avvolgono senza isolare. Ci resteranno sorrisi filtrati da visiere che non sono barriere affettive. E ci resteranno i loro sguardi. Quelli impermeabili a ogni sorta di sterilizzazione. Ci resterà l’immagine di uomini che sono stati presenza. Che il verbo Essere sono riusciti a incarnarlo. Anche per noi. Anche per chi, il pericolo del contagio, lo ha dovuto confinare oltre le porte. Mentre loro si facevano strada e percorso, insieme.

Loro sono stati il sorriso dei nostri ammalati, la forza di resistere al dolore, il grido della vita. Loro sono stati i pensieri che passano per la mente quando si è in bilico tra due sponde distanti quanto basta ad avere paura. Il respiro che gonfia i polmoni quando le macchine non bastano più. Loro sono stati l’ultimo grazie, custodito dentro il cuore di ogni ammalato, che si è dovuto arrendere. L’abbraccio che avrebbero voluto dare loro in segno di riconoscimento. Quello che, alla fine, hanno affidato ai loro sguardi per trasmetterlo ai parenti. Gli stessi seduti là fuori. Quelli attaccati al display di un telefono in attesa di notizie. Quelli che loro hanno dovuto chiamare con il cuore ristretto dentro una sconfitta che non può trovare pace.

Qualcuno li ha definiti Angeli. Qualcun altro Eroi. Io penso ai tanti medici delle discilpline più disparate, inventatisi infettivologi per l’emergenza. Tanti.  Che hanno prestato il loro servizio a fianco di infettivologi e pneumologi. Medici che non sono né santi, né eroi.  Ma semplicemente uomini con il camice. Uomini con il camice vero. Penso a loro, penso ai tanti come loro. Tutti uguali nei loro abiti. Difficili da riconoscere dall’esterno. Per chi, come noi, li guarda da fuori. Ciascuno chiuso, più che dentro a un presidio, dentro la grandezza di un cuore che si dona. Dentro un’anima che lotta. Noi li guardiamo, invisibili come sono. Grandi, nelle difficoltà che attraversano.

E, in una Regione come la Calabria, spogliata di tutto, saccheggiata nei diritti essenziali, sgraniamo lo sguardo. Sentiamo che sono loro la nostra forza. Quella che serve per guardare oltre le fessure dei conti. Che qui, in Calabria, non tornano mai. Che a certe latitudini diventano numeri. Noi no, noi sappiamo di avere la forza di gente capace di lottare a mani nude, senza paura e senza gloria. Sappiamo che loro sono quelli capaci di dare un senso alla parola “Sanità”, di cui oggi sentiamo lo spirito.

Noi è da loro che ripartiremo e faremo del loro sacrificio un trofeo di orgoglio. E di gratitudine. La stessa che siamo certi i nostri cari, dentro il cuor loro, hanno reso loro.

E lo dico con forza, da cittadina di Reggio Calabria. Lo dico con forza, da figlia, che ha avuto la fortuna che suo papà fosse curato con amore e con affetto fino alla fine, fino a qualche giorno prima che il virus si propagasse e ci togliesse finanche lo spazio. Lo dico da figlia che suo papà ha avuto la fortuna di stringerselo fino alla fine e lo dico per chi, questa stessa grazia non ce l’ha avuta, ma ha avuto il dono che i propri congiunti fossero assistiti da medici che hanno dato se stessi. Sotto forma di vita che si dona.
   E questo vuol essere un “Grazie” infinito a tutti i medici di Reggio Calabria.

*cittadina di reggio, avvocato

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